Tutti a casa. E ora?

Tutti a casa. Il 25 luglio dell’imbavagliamento del tiranno e l’8 settembre del Parlamento dei nominati che vara il governo dei nominati hanno preso rilievo plastico in una sola giornata, quella di ieri, triste solitaria e finale. Ma la vita continua. Siccome la fissazione è peggio della malattia, come dicono i siciliani d’alto mare, dalla prossima settimana smetteremo di ripetere la nuda verità civile, politica, culturale e morale rivelata dalla disfatta della democrazia politica in Italia.
21 AGO 20
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Per portarci avanti con il lavoro, segnaliamo subito che ieri hanno parlato in successione Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, e Mario Monti, Preside del Consiglio di Facoltà italiano. Naturalmente hanno parlato in tedesco, e hanno detto all’unisono che la crisi dell’eurodebito non si cura con una banca prestatore di ultima istanza, che stampa la moneta necessaria a debellare l’aggressione dei mercati ai titoli pubblici di paesi indebitati, espressi in euro (Italia, Spagna, e sullo sfondo la Francia), ma rimettendo in carreggiata quelle economie. Da un lato con l’elemosina del fondo europeo salva-stati, dall’altro con ingenti prelievi sociali capaci di raddrizzare le curve di sviluppo dei debiti stessi a medio e lungo termine. Questo significa che il governo Rajoy, legittimato dal voto spagnolo ed espressione di una cultura economica riformista-conservatrice, farà con dignità la sua parte in Spagna, dove Zapatero ha lasciato in eredità un’uscita ordinata dalla sua era politica e un testamento a favore di un’Europa diversa da quella accettata e governata da Mario Draghi per conto dei padroni effettivi della Banca di Francoforte, i tedeschi della Bundesbank. E al professor Monti non resta che provarsi a fare la stessa cosa in Italia, alle prese non con una maggioranza espressa dal voto, ma con una politica virtualmente dissolta e disponibile a molti compromessi in nome della fine del populismo berlusconiano (che si limiterà a funzionare da spauracchio e da alibi per menare le mani). Non è un lavoro facile, non invidiamo il Preside. Tra il varo di riforme liberali in queste penose condizioni e l’avvio di una bella recessione deflattiva, con il contorno di retoriche corporative capaci di giustificare con nuove tasse la lotta all’iniquità sociale, il passo è breve. Speriamo che ci provi, a non varcare quel confine, ma crediamo che non ci riuscirà.